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La potenza inafferrabile del lavoro
Il potere esercitato dalla finanza si accompagna alla cancellazione
della distinzione tra tempo di lavoro e di vita. Un saggio di
Andrea Fumagalli sul capitalismo cognitivo
Toni Negri
(da Il Manifesto del 3 aprile)
Ecco un libro di critica di economia politica che si può
leggere da principio alla fine (non è cosa da
poco): è Bioeconomia e capitalismo cognitivo di Andrea Fumagalli
(Carocci, pp. 240, euro 20,30). Parrebbe, questo libro, l'avvio iniziale
(e tuttavia abbozzo maturo) di un trattato di economia politica: si va
infatti dalla teoria dell'accumulazione (suddivisa in quattro parti:
modi di finanziamento, attività ed evoluzione delle forme di
accumulazione, forme dell'impresa, realizzazione monetaria) ad una nuova
teoria della prestazione lavorativa (anch'essa articolata in tre parti:
come dispositivo di sussunzione totale della vita, come figura cangiante
della forza-lavoro nel capitalismo cognitivo, ed infine nello
sfruttamento-alienazione delle nuove soggettività al lavoro), fino a una
teoria complessiva del capitalismo cognitivo che insiste sugli elementi
di contraddizione (il «comune» contro/oltre il pubblico ed il privato) e
su un programma postsocialista («reddito di esistenza» e «welfare del
comune»).
La natura dell'alienazione
Si diceva: sembra che questo libro sia un trattato, ma non è affatto
così. Questo libro, infatti, deborda l'economia politica: «l'aspetto
economico che viene trattato è quello del potere e della soggettività
delle figure sociali che agiscono o subiscono tale potere». È dunque,
questo di Fumagalli, un libro politico. Insisterò su questo aspetto,
lasciando ad altri più competenti di quanto io lo sia, l'analisi dei
teoremi economici più innovativi che egli avanza. A me interessa lo
spillover, il traboccare politico della ricerca ed il suo concentrarsi
sulla nuova definizione del lavoratore salariato nel capitalismo
cognitivo. Questa è la vera novità di questo libro.
Marx ci ha insegnato che è solo a partire dalla figura dello
sfruttamento e dai movimenti della forza lavoro che la critica può
diventare reale, e cioè collegare l'analisi teorica all'iniziativa
politica, la critica che emancipa alla praxis che libera. Fumagalli fa
ruotare l'intera trattazione teorica attorno alla ridefinizione dello
sfruttamento. Senza togliere nulla alla definizione di
sfruttamento come «espropriazione» del lavoro vivo e sua trasformazione
in lavoro morto, e senza dimenticare la ferocia capitalistica nel
trasformare la forza lavoro in capitale variabile, egli ritorna
sull'«alienazione» e ne definisce la nuova «natura comune», così come
essa è fatta risaltare dal capitalismo cognitivo. «Nel capitalismo
cognitivo alienazione esistenziale e sfruttamento tendono ad essere due
facce della stessa medaglia». Questa è dunque l'orribile pesantezza
dello sfruttamento, trasformato dal dispositivo cognitivo in
riassorbimento della vita nel capitale. Come liberarsi? Come lottare in
queste condizioni?
Due riflessioni. Innanzitutto: perché chiamare «bioeconomia» questo
tessuto di discussione critica, invece che «critica dell'economia
politica»? Non varrebbe la pena di limitare la definizione di
bioeconomia a quelle specifiche tecniche di conoscenza e di produzione
di valore che riguardano le facoltà vitali degli esseri umani (il genoma
etc.)? Problema non evidentemente secondario: si tratta infatti di
chiedersi se i nuovi poteri dello sfruttamento capitalistico sulla vita
dei lavoratori abbiano tanta forza quanta ne hanno sul genoma, sulla
topografia della natura e sulle consistenze biologiche. È quello che
Fumagalli, ed anche noi, supponiamo ed a cui ci opponiamo. Non ci
indigniamo dunque della trasformazione tecnologica della natura ma del
suo sfruttamento, del dominio che su queste pratiche - al fine della
accumulazione - viene esercitato.
Dominio e resistenza
La seconda riflessione riguarda la temporalità, cioè la prepotente
attualità dell'emergere di questi temi. Essa è provocata da una nuova
consapevolezza critica dei soggetti sfruttati. Se il potere investe la
vita, se concetto e realtà di capitale si presentano come biopotere, la
potenza del lavoro vivo, rivelandosi a se stessa nel contesto generale
della vita, si presenta come resistenza al dominio e come costruzione
prospettica di nuovi dispositivi biopolitici. Ma le trasformazioni delle
categorie del capitale comportano la trasformazione delle categorie
della resistenza. E tutto questo si costruisce sempre più vivacemente e
fortemente quanto più nel capitalismo cognitivo le «potenze del lavoro»
si riconoscono come «produttive del comune».
Torniamo alla questione dello sfruttamento: essa muta anche guardando
alle trasformazioni sistemiche delle figure del capitale. Vale a dire
che, nel capitalismo cognitivo, si esaurisce in maniera definitiva la
«formula trinitaria» (rendita, salario, profitto) ed il capitalismo
cognitivo astrae la sua potenza configurandosi tutto - unitariamente -
come capitale finanziario. Quanto più si immerge nella vita tanto più il
capitale finanziario la possiede e la sfrutta dall'alto. Il profitto
diventa sempre più parassitario e si confonde nella rendita finanziaria.
Queste esperienze scientifiche rafforzano la consapevolezza della crisi
della legge (classica) del valore. La legge del valore inciampa infatti
qui sulla vita. «Se è la vita stessa dei singoli, che oggi sono
individui necessariamente sociali, ad essere messa al lavoro, la
reazione a questa nuova condizione umana non può in nessun caso essere
raccolta in una tipologia unica e tanto meno catturata puramente e
semplicemente nel tempo di lavoro. È il tempo di vita che determina ogni
valorizzazione produttiva».
Che cosa significherà allora, attraverso le filiere del capitalismo
cognitivo, a fronte del capitale finanziario, dentro lo sfruttamento
biopolitico, ribellarsi? Significa - conclude Fumagalli - autorganizzare
la ribellione a partire dalle ed insistendo sulle nostre «forme di
vita»: rifiutare la regola capitalistica, nel momento stesso in cui si
costruiscono nuove facoltà umane. L'analisi, a questo punto, deve
diventare programma. Quando analizziamo la forma monetaria del dominio
capitalistico, nella sua esaltazione finanziaria, poniamo allora il
«reddito di cittadinanza» contro i dispositivi del capitale finanziario;
in forma programmatica e con animo di lotta, si tratterà quindi di
comprendere che cosa voglia ormai dire «lotta salariale» contro il
biopotere; e cioè lotta per l'estensione del welfare (il salario del
comune) contro quello sfruttamento del comune che è sorgente e forma
attuali del dominio capitalistico.
Oltre la contingenza
Non pensiate che siamo diventati buoni. Di generazione in generazione, a
fronte di coloro che ci dicono che la lotta di classe è finita, noi
rispondiamo: cretini! Non vi accorgete che ogni ipotesi scientifica, che
ogni esperienza vitale riaprono alla prospettiva insurrezionale? Siamo
ormai al punto in cui dobbiamo chiederci - nell'attualità, nella
presenza - se il concetto di capitale non sia esso stesso giunto a
divedersi in due, se cioè il capitale costante (globale) riesca ancora a
trattenere dentro di sé (e a trasformare continuamente in maniera
funzionale al proprio sviluppo) la forza-lavoro - intelligente, mobile,
cognitiva, affettiva, relazionale. Probabilmente (è quanto un trattato
di economia politica non potrà mai dire ma che Andrea Fumagalli azzarda)
la vita se ne è andata dal capitale. Questo è l'insegnamento definitivo
che comincia a formarsi dentro questo primo approccio alla «bioeconomia».
Si capisce così quale possa essere la sola alternativa al nuovo
paradigma di accumulazione: l'esodo del lavoro vivo. |