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mercoledì 14 settembre 2016

Terremoto, cosa c’è realmente dietro alle macerie del racconto pubblico

Quando nel novembre del 1997 nacque il Centro Sociale di Macerata si decise di chiamarlo SISMA, non erano passati neanche due mesi dalle terribili scosse di settembre che misero in ginocchio Marche ed Umbria. La scelta del nome fu anche un modo per esorcizzare l’evento, per dichiarare senza mezzi termini che si andava avanti, che quello era un punto di partenza. A partire da noi stessi, quindi, vogliamo contribuire a fare un po’ di chiarezza su quanto accaduto e quanto sta accadendo nel nostro territorio dalla scossa del 24 agosto.

L’andamento della curva dell’attenzione nei confronti del terremoto è inversamente proporzionale a quello della curva che indica la conta dei danni. Anche per questo a tre settimane dal terribile terremoto del 24 agosto è il momento di fare un punto della situazione.
Sì perché la reazione al sisma è stata simile all’evoluzione dell’evento stesso. Ci sono state le scosse di magnitudo più alta, le vittime, i paesi distrutti, la paura. Ma poi c’è lo sciame sismico/mediatico fatto di “si è aperta una faglia, anzi due, anzi faglie parallele”, “quando c’è il terremoto c’è il vento caldo e i cani ululano”, il cane Pluto salvato dal volontario, gli sciacalli… anzi no, Arquata “nel” Tronto, il paese di Amatriciana, Accumuli, il vecchio scialle della nonna tra le macerie, per non parlare del becero e razzista “gli immigrati negli alberghi a 5 stelle e gli sfollati nelle tendopoli”

La scelta di intervenire dopo qualche giorno non è casuale. E’ stata ragionata e ponderata, abbiamo voluto evitare a tutti i costi di cadere nella trappola “dell’impressione a caldo”. Uno degli ingranaggi del meccanismo che tanto piace ai media nostrani e che è stato puntualmente messo in campo nella narrazione del terremoto (su questo segnaliamo l’ottimo pezzo “Caccia al sisma, il format del terremoto-killer”). La prima cosa che abbiamo voluto fare nelle prime ore e nei primi giorni è stato ascoltare. Ascoltare la voce dei compagni, dei parenti e degli amici che vivono e lavorano nei paesi più colpiti, capire se stavano bene e se le loro abitazioni avevano subito danni. Facendo un lavoro di indagine con chi si trovava sul campo per capire cosa stava succedendo, com’era la situazione degli aiuti e quale fosse la loro impostazione, ricreare una geografia che diradasse le ombre create dal nome mediatico “Terremoto Centro Italia”.

Vogliamo iniziare proprio dal nome di battesimo del terremoto: Centro Italia. Solitamente il nome identifica la zona in cui l’evento ha creato danni alla popolazione, in questo caso è stato scelto indicando l’area in cui la scossa è stata avvertita. In questo modo se da un lato si è contribuito a creare danni reali al turismo (basti pensare che si sono registrati annullamenti di prenotazioni negli hotel in tutta la costa adriatica), dall’altro si è creata una percezione deviata in merito alle zone in cui il sisma ha creato danni, morte, distruzione. Indicando il Centro Italia in realtà non si è localizzato niente, una scelta che giudicare come poco felice è quantomeno riduttivo. Al di fuori dalle regioni centrali molti non saprebbero neanche indicare nella cartina dove si trovano Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata del Tronto, Montegallo... 
Da questa carta dell’INGV si può avere un quadro completo della serie infinita di scosse e della loro localizzazione sul territorio. 


L’area interessata è principalmente quella del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga, luoghi di confine in cui si passa dalle Marche all’Umbria, dal Lazio all’Abruzzo nel giro di pochissimi chilometri. Questa definizione geografica ampia del “Centro Italia” ha portato ad una rappresentazione parziale dei luoghi danneggiati , anche molto seriamente, dal sisma. Se è giusto infatti concentrarsi sui luoghi in cui l’evento tellurico ha creato vittime, non vanno dimenticate però le miriadi di paesi e frazioni vicine all’epicentro che sono state messe in ginocchio: Castelsantangelo sul Nera, Norcia, Amandola, Visso, Cascia, Triponzo, Borgo Cerreto, San Ginesio, Gualdo, Loro Piceno, Montefortino, Montemonaco, Penna San Giovanni, Bolognola, Tufico, Sant’Anatolia di Narco, Acquasanta. Potremmo continuare con il lungo elenco dei paesi che magari in pochissimi hanno sentito nominare ma in cui sono presenti decine se non centinaia di sfollati e con moltissime case ed edifici pubblici inagibili o addirittura crollati. Scuole inagibili in cui fra pochi giorni sarebbero dovute ricominciare le lezioni.



Questo racconto pubblico parziale non è solamente una mera questione di toponomastica o di campanilismo, basti pensare che nelle Marche al momento nessuno dei comuni del maceratese (compreso Castelasantangelo sul Nera, uno dei paesi più vicini all’epicentro dell’attuale sciame sismico e gravemente colpito anche dalle prime scosse)  ha avuto dal ministro Padoan la sospensione dei versamenti delle imposte e degli adempimenti tributari.
La situazione attuale vede una diffusione capillare delle tendopoli: se prima ogni paese aveva il suo campanile, ora ogni paese ha il suo campo che accoglie la popolazione con abitazioni inagibili. Questa scelta, a scapito di quella incentrata su pochi grandi campi, è stata ottenuta dalla cittadinanza ed è la logica conseguenza delle caratteristiche sociali ed economiche del luogo. Piccoli agricoltori ed allevatori, persone anziane, che non possono e non vogliono allontanarsi dai loro paesi. Ma questa situazione è già in evoluzione in quanto il neo commissario Errani ha dichiarato di voler chiudere le tende entro pochi giorni trasferendo gli sfollati negli hotel della costa, in attesa delle case di legno che dovrebbero arrivare nel giro di circa 7 mesi. Questa soluzione trova l’opposizione di molte comunità perché significherebbe dare un’ulteriore mazzata al territorio.

La situazione era purtroppo prevedibile fin dai primi giorni, sapevamo che finita la conta dei morti sarebbe arrivata la dura gestione del post terremoto. Qui inizia la vera battaglia per far riconoscere alla popolazione il diritto di avere un aiuto degno ed una gestione che tenga realmente conto delle esigenze che vengono dai territori e non venga calata dall’alto dal governo. Se infatti la macchina per gli aiuti materiali, fatti di beni di prima necessità, si è messa in moto fin dalle prime ore, è sul campo della gestione dell’emergenza che si giocherà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi una partita molto importante. La nostra scelta è ancora una volta quella di ascoltare le indicazioni di chi vive i luoghi interessati dal sisma. In questo senso è importante evitare di cadere nell’autorappresentazione degli aiuti. Raccolte di materiale e “amatriciane solidali”, anche se mosse da una sincera empatia e da buoni propositi, finiscono spesso per essere fuori luogo e controproducenti se non hanno un reale contatto con il territorio.
Fortunatamente fin da subito si sono messe in moto realtà che agiscono dal basso nelle zone colpite, come le Brigate di Solidarietà Attiva, che dalle prime ore stanno facendo un gran lavoro di raccordo e comunicazione tra le realtà sociali che da tutta Italia, dalla Val Susa alla Sicilia, stanno inviando aiuti.




Il nostro paese vive una continua situazione emergenziale, cosa che agevola chi sull’emergenza vuole speculare. Ricordiamo tutti le risate al telefono immediatamente successive al terremoto dell’Aquila. Bisogna fin da subito mettere in moto un meccanismo di controllo e vigilanza dal basso su quel che sarà il meccanismo di ricostruzione. Assicurarsi che le scelte vengano fatte da chi i territori li vive da sempre e non calate dall'alto. Certo i primi segnali non sono incoraggianti: è di pochi giorni fa la notizia dell’insediamento del nuovo direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Carlo Bifulco, questo il nome del nuovo direttore, dovrà gestire la difficile situazione del post terremoto che ha messo in ginocchio il territorio del parco (la stessa sede dell’Ente è in parte inagibile), con strutture ricettive pesantemente danneggiate e alcuni sentieri inaccessibili. Il nuovo direttore del parco, 9 anni fa direttore pro-tempore del Parco Nazionale del Vesuvio, fu arrestato per una “serie di truffe ai danni dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, con conseguimento di illeciti profitti per circa un milione di euro per la demolizione di opere abusive all’interno del citato Parco” (Truffe: operazione 'VULCANO', si è costituito ex direttore Ente Parco Vesuvio - Parco Vesuvio, la grande truffa).
Sicuramente non un segnale di incoraggiamento per i territori che dovranno rinascere e ricostruire il loro avvenire: è per questo che occorre una vigilanza dal basso continua, organizzata, capillare.

Il territorio dei Sibillini, ma non solo, è straripante di bellezze naturalistiche, storiche ed architettoniche. Un territorio dalla storia millenaria e che ha nel turismo una delle sue fonti economiche primarie.

Sarà importante ricominciare anche da qui per ridare fiducia alle comunità locali, per questo invitiamo tutti a visitare nei prossimi mesi questo territorio anche venendo semplicemente in vacanza. Non un turismo macabro, non una “gita sulla faglia”, ma un aiuto reale alla popolazione che sarà ricompensato dalla scoperta di luoghi straordinari. Luoghi che settanta anni fa fecero la storia della Resistenza del centro Italia e che oggi sono chiamati ad una nuova resistenza contro speculazioni e ricostruzioni malate. Una resistenza che ci vedrà in prima linea con loro.

CSA Sisma - Centri Sociali delle Marche

domenica 12 giugno 2016

Cena sociale di autofinanziamento - Sabato 2 luglio 2016

Sabato 2 luglio 2016 - ore 21.00

Sostieni l'autogestione, supporta gli spazi sociali e i piccoli agricoltori del territorio che danno vita alle produzioni di qualità e ad una filiera agroalimentare sostenibile


sabato 11 giugno 2016

OPENWED closing party - Giovedì 23 giugno 2016

Giovedì 23 giugno dalle 18,30 alle 24.00


















giovedì 5 maggio 2016

#overthefortress

Impressioni di ritorno a Idomeni
di Simone (Csa Sisma) e degli altri attivisti della carovana. Staffetta #overthefortress

Foto di Chiara Pietroni

#04 - 22 maggio 2016 "Anime di fango" (di Chiara Pietroni)
Esiste un luogo, un limes, all’interno della moderna e democratica Europa, dove si viene trafitti da una lirica potentissima: quella del fango. 
Ad Idomeni, in questa minuscola porzione del nulla, Pasolini avrebbe potuto scoprire un’ennesima borgata costruita da mattoni di miseria, disperazione e polvere. Tale visione avrebbe a tal punto inorridito il senso morale dello scrittore e a tal punto sollecitatone il genio letterario da spingerlo, forse, a scrivere un altro immenso romanzo appartenente ad un genere ben specifico: quello della lirica, della lirica del fango, appunto.
 Idomeni è il limes per eccellenza: il reticolato posto a nord della piccola stazione ferroviaria segna il confine tra un al di qua e un al di là terribilmente significativo, vitale senza voler usare eufemismi. A nord vi è il futuro, la conciliazione di anime e intenti, il proseguimento di un’esperienza vitale trattenuta come in un interminabile e lancinante singhiozzo. A sud del confine vi è un immenso campo arso dal sole, tormentato dal vento, inondato dalle frequenti piogge che, inospitale, accoglie nel suo manto di terra, perennemente sospesa, migliaia di vite, temporaneamente messe in attesa, momentaneamente illegittime, indesiderate, non ammissibili, indisponibili.
A nord ciò che è possibile intravedere, reso accecante da un sole stranamente sempre benigno, è la forma evanescente ma pesantissima di tutti i progetti, i volti, i desideri, i sensi e le preghiere che trasmigrano cocciute e caparbie da sud, dal popolo del purgatorio. 
Già, perché Idomeni è la porta d’accesso verso paradisi artificiali o ben reali e, contemporaneamente, la soglia del più insostenibile inferno quotidiano. Come ogni accesso verso dimensioni superiori, il purgatorio di Idomeni richiede, prima dell’ultimo viaggio, di liberarsi di tutto ciò che d’accessorio potrebbe compromettere il salvifico tragitto. Per accedere al nord, al bando tutte le zavorre vitali!
Le anime di fango hanno dunque fatto a meno di quel rifugio chiamato casa: vivono in minuscole tende,  disordinatamente piantate le une accanto alle altre, rendendo la visione d’insieme del campo di Idomeni una distesa di inquietanti fiori ipertrofici. 
La prima rinuncia richiesta rappresenta, quindi, la stabilità per eccellenza: le quattro mura di una casa. Già,  perché la tenda si muove, vive e pulsa come coloro che ospita: prende il largo nel fango nei giorni intensi di pioggia, prova a raggiungere il cielo non appena una raffica di vento implacabile ne solletica le pareti, diventa glaciale di notte ed infuocata nei pomeriggi assolati, rende impossibile lo sguardo con le sue paratie inespugnabili. Le anime di fango conducono, quindi, una forzata vita all’aperto, un’infinita ora d’aria obbligatoria: è nell’immenso campo che cucinano, scavando enormi buche dove poter bruciare della legna, che discutono, ricercando disperati lembi di ombre altrui, che vivono in sospeso.
Le anime di fango hanno dovuto rinunciare anche alla libertà del “subito”. Ad Idomeni il tempo è scandito solo dall’attesa e dalla sua declinazione più prossima: la fila. Occorse mettersi ordinatamente in fila per tutto: per ritirare il proprio pasto, per fare un doccia, per vaccinare il proprio figlio, per andare di corpo, in generale per vivere.
Altra restrizione da parte del purgatorio che li ospita è relativa alla libertà di movimento: nessuno può muoversi oltre Idomeni: il panorama è imposto e nessuno può riempirsi gli occhi di altro. La scelta paesaggistica compiuta e ristretta non è negoziabile. Il mondo nasce e muore tra le due rotaie, l’edificio della stazione, il boschetto, i bagni chimici, la costruzione fatiscente ad est del campo principale, il parcheggio con il camioncino delle bibite, la stradina del minimarket greco ed il filo spinato messo a protezione dell’estremo limite del confine. Muoversi all’infinito in un pugno di fango. Questo sì, è concesso.
Si chiedono, poi, alleggerimenti diversi in base al tipo di anima di fango che giunge ad Idomeni: 
Gli uomini, per soggiornare nel purgatorio devono rinunciare alla loro capacità decisionale,al la fierezza dello sguardo, alla soddisfazione ed al sudore di un’intensa giornata di lavoro. Tornano nelle loro barche di plastica stanchi d’inerzia, con il volto avvizzito da un implacabile sole, con le mani vuote. L’infinita giornata è stata improduttiva come tutte quelle che l’hanno preceduta e come tutte quelle la seguiranno. Non ci sono racconti da fare ai bambini, raccomandazioni da impartire alle mogli, eventi per i quali vestirsi a festa. 
Alle donne, invece, viene richiesto di rinunciare a tutto quello che ne contraddistingue la bellezza più visibile e caratteristica. Anime di fango dai capelli impiastricciati, con ai piedi dei coturni di fango, circondate da un nugolo di bimbetti scalzi. Addio seduzione, addio orgoglio, addio bellezza, il fango le ricopre più pesantemente di un velo.
Ed ecco, infine, il girone dei bambini. Idomeni è un asilo straziante: ve ne sono a migliaia, tutti molto piccoli, dagli occhi enormi arrossati dal vento, i capelli spettinati, le faccine sporche di terra così come le mani e i piedini troppo spesso scalzi o imprigionati in enorme calzature, i vestiti tagliati alla meno peggio sui loro corpicini esili, perennemente feriti ed arsi dal sole. Il purgatorio di Idomeni ha sollevato i bimbi da un vezzo molto occidentale: l’infanzia. Gironzolano spesso da soli, giocando tra le buche, gli escrementi e le tende. I più grandicelli già collaborano attivamente agli obblighi familiari trasportando pesantissime taniche di acqua, scegliendo una delle infinite file da fare per una qualsiasi minuscola cosa, tagliando pezzi di legna con arnesi arrugginiti e pesantissimi, lavando, in sporche tinozze, il proprio corredino di fango. Il tempo del gioco è minimo, solo quello concesso delle necessità biologiche. Disegnano passaporti, pistole e sangue. Mimano impiccagioni, sgozzamenti e morti. Sciorinano lutti familiari con annoiata compostezza. Finito il gioco è tempo di ritornare seri, proto adulti: ci sono preoccupazioni da condividere, ordini da trasmettere, novità da riferire. E poi cala la notte e tutti fanno ritorno nei loro bui sacchi di plastica aspettando il sorgere di un nuovo inutile giorno.
Ma come accade in tutti i luoghi abitati da esseri umani, anime di fango o europei moderni, anche nel purgatorio di Idomeni è possibile trovare eccezioni al sistema di alleggerimento imposto per varcare il limes. Nascosti tra i fiori marcescenti di plastica, esistono adulti che non hanno barattato nulla del loro mondo, dei loro valori e delle loro speranze; che ancora sorridono e hanno la voglia di condividere un pasto con estranei privilegiati venuti ad osservare questi strani esuberi del consorzio umano; che mostrano fieri il loro passato e danno realtà, con la sola intonazione delle voce, ai sogni futuri. Esistono donne di un’eleganza insolita ad Idomeni, truccate come per un giorno di nozze, altere e belle come solo l’Oriente riesce a plasmarne. Si palesano bambini che aprono le braccia ad ogni sorriso e che tentano di scalare quei corpi estranei che a loro si protendono, desiderosi di giocare nel modo più ancestrale e naturale possibile.
E’ la vita che pur si muove, strisciando tra singhiozzi infiniti che rende così umano un consorzio tanto disperato. E se il purgatorio non aprirà le porte, dopo tanta attesa, comunque vive resteranno queste anime di fango. Vive a tal punto da accecare questa folle e bestiale parte di mondo che bestemmia contro se stessa, erigendo barriere e sacrificando l’Altro-se stesso.


Frame di Marco Di Battista


#03 - 18 maggio 2016 (di Simone Romiti)
10.000 persone, la maggior parte famiglie e moltissimi bambini. In movimento verso un posto al mondo in cui vivere liberamente eppure fermi da mesi di fronte ad un confine blindato da filo spinato e militari. Molta frustrazione, poca speranza ma grande volontà di compiere un progetto di vita. Nel particolare scorrere del tempo in questo luogo si esprimono un tripudio di emozioni e relazioni; gioia, collaborazione, intrapendenza, delusioni, paure, amicizie, abbandoni. Il questo posto si affronta una vita che inevitabilmente lascia segni. Donne e uomini cercano di impiegare produttivamente il loro tempo che scorre indeterminato, mentre ragazzi e bambini crescono nel campo di Idomeni.
Eppure le intense relazioni che si creano con gli abitanti del campo non possono essere sufficienti nella condizione di chi è inserito in un luogo di confinamento come Idomeni. L'aiuto materiale, il supporto umano, l'amicizia confidenziale che inevitabilmente riguarda la presenza di attivisti e volontari sono necessità che si costituiscono come ambito esperienzale e relazionale per una forte rivendicazione di diritti. La campagna OverTheFortress ha proprio questo significato. La costruzione di uno spazio politico che passa attraverso e oltre l'aiuto solidale nelle situazioni di emergenza. 
Al campo di Idomeni la costruzione di relazioni sociali concrete, l'amicizia, gli affetti hanno ben poche possibilità di contrapporsi all'oppressione perpetrata dal carattere artificioso della nazionalità. Senza la tutela di una cittadinanza, la dignità che eleva l'uomo a persona tramite l'acquisizione di diritti è sostanzialmente negata. Alla base della divisione tra chi è “incluso” e chi “escluso” c'è la costruzione di un doppio regime giuridico che nega la condivisione di un mondo comune. E se cosi è, allora il riconoscimento della dignità delle persone migranti ha come principale problema quello della condizione giuridica e politica rispetto alla quale esse si pongono in rapporto con le persone dotate di cittadinanza. 
Tramite la campagna OverTheFortress vogliamo dire qualcosa sulla relazione che si stabilisce tra chi è dentro una società e chi vuole entrarci, perché parlare di migranti significa in fin dei conti parlare di noi stessi in relazione ai migranti, e questo rivela la natura della nostra società. In contrapposizione all'inaccettabile condizione dei migranti confinati e deportati dalla Fortezza Europa non possiamo non rivendicare la possibilità di affermazione di una pluralità che è strettamente legata alla costruzione di una sfera politica in cui agire contro l'annientamento delle libertà e dei diritti. 
Molti degli amici che vivono al campo sono convinti di questa necessità e le loro proteste pacifiche vogliono manifestare proprio l'incomprensibile ferocia con cui l'Unione Europea impedisce loro la possibilità di una vita dignitosa. A Idomeni è chiaro che anche solo rimanere e decidere di non muoversi nei campi governativi rappresenta un'azione politica, così come l'occupazione dei binari ferroviari che il governo greco vorrebbe liberi per far passare dei treni merce non è qualcosa di rinunciabile da parte dei migranti. Nonostante il misconoscimento che le autorità europee praticano nei loro confronti, gli abitanti del campo continuano a rivendicare la loro partecipazione attiva ad un mondo a cui appartenere ed in questo la loro e la nostra voce sono unite, nella costruzione di una vita attiva che trova il suo spazio all'interno di un mondo comune.


Foto di Giulia Falistocco



giovedì 28 aprile 2016

Ganji Killah Live Mahatma Tour


Venerdi 6 Maggio ore 22

Ganji Killah Live Mahatma Tour 

Feat. Lapo Raggiro
Gast+Aliendee
2WIN$
Black Lotus DJ set



mercoledì 20 aprile 2016

1 maggio Roma, Ambasciata turca. appello all'azione


I Centri Sociali delle Marche organizzano la partecipazione con un Pullman dalla regione. Per informazioni e prenotazioni: info@glomeda.org

Appuntamento a Roma alle ore 12
in Piazza Indipendenza

Un migrante irregolare per la Turchia per ogni migrante regolare all’Europa. Un Paese pagato per lo "smaltimento" dei profughi verso l'inferno della guerra e delle persecuzioni, ricompensato per il lavoro sporco dei respingimenti illegali con i quali si vorrebbero chiudere gli accessi allo spazio europeo. Una mercato di essere umani che ha il valore di 6 miliardi. E’ questo il cuore della vergogna trascritta nell'accordo Ue - Turchia del 18 marzo del 2016.

martedì 5 aprile 2016

Ratatà 2016


Ritorna RATATA', il festival di illustrazione, fumetto, editoria indipendente.
Dal 14 al 17 aprile 2015 Macerata si riempirà di mostre, workshop, incontri, feste dedicati al mondo dell’illustrazione, del disegno, del fumetto, del nuovo muralismo e dell’editoria indipendente.

venerdì 18 marzo 2016

TOO-SICK & Subfarmersound - Baretto venerdi 25 marzo

Venerdi 25 marzo dalle 22:30

Sisma Baretto


Drum'n'Bass Night with

TOO-SICK

Subfarmersound

visual: Marco Di Battista - Lucky Assembler


lunedì 29 febbraio 2016

Contro i confini dell'Europa Fortezza

“March #Overthefortress” in Grecia (25-29 marzo)
Mobilitazione domenica 3 Aprile sul confine tra Italia ed Austria [GLOBALPROJECT]

L'assemblea di “Agire nella Crisi, confederare autonomie” riunita domenica 28 febbraio al Centro Sociale Rivolta ha deciso di costruire due iniziative contro il regime dei confini della fortezza Europa.

lunedì 22 febbraio 2016

SCRITTURE IRREGOLARI 2016

Dopo il primo ciclo di incontri del 2014 dedicato alla scrittura migrante al femminile, torna "Scritture Irregolari". Tre presentazioni di libri per parlare, in un periodo storico così complesso e problematico, di guerra. Da Gaza a Kobane, per arrivare da dove forse tutto è iniziato: da quella Prima Guerra mondiale di cui ricorre il centenario.